Confederazione delle Confraternite delle Diocesi d’Italia

Eretta dalla Conferenza Episcopale Italiana con decreto 14 aprile 2000

 

 

 

Domenico Rotella

Vice Presidente per l’Italia centrale

 

 

 

Gli abiti delle Confraternite, forme e colori d’una tradizione millenaria

 

 

 

 

 

Gli abiti delle Confraternite, forme e colori d’una tradizione millenaria

 

Domenico Rotella

 

Le Confraternite sono state da sempre contraddistinte con i nomi più diversi come Compagnia (da “cum panisossia la condivisione del pane), oppure Congrega (da “congregareossia radunare, riunire) oppure ancora Congiura (da “patto giurato, promessa solenne), ecc.

Il termine Confraternita (“confratrias) appare per la prima volta in un documento francese dell’anno 852 ma il tipo di aggregazione era già affermato da almeno un paio di secoli.

Tramontato il rigore dei primi secoli, già in epoca tardo medievale l’aspetto esteriore più attraente e curioso di tali associazioni era senz’altro la ricchezza degli abiti e delle insegne, che però rispondeva ad una complessa codificazione simbolica o paraliturgica.

Ma se all’epoca chiunque - anche il più illetterato - era in grado di decrittare a sufficienza il linguaggio comunicativo insito nell’abbigliamento sodale, nellodierno mondo ipertecnologico pochissimi sono ormai in grado di farlo anche solo approssimativamente, compresi purtroppo gli stessi iscritti ai sodalizi. Intanto una premessa “tecnica”: nel corso della trattazione si parlerà sempre di Confratelli, ma vorrei precisare che solo per agilità del discorso – e non per mancanza di rispetto - con tale termine si intendono indistintamente uomini e donne, così come del resto è stata prassi per secoli.

Ma volendo subito affrontare il tema che ci siamo preposti, cominciamo col dire che le Confraternite erano e sono ancor oggi l’unica aggregazione religiosa formata da laici a godere del privilegio di poter indossare un proprio abito peculiare, se vogliamo escludere i mantelli portati dagli Ordini Equestri.

Non esiste una tipica veste confraternale vera e propria ma a parte la possibilità di numerose varianti possiamo dire che gli elementi di base sono pochi: l’abito (di norma un saio o simile) magari sormontato da una piccola cappa o mozzetta o addirittura da un mantello, poi il cappuccio e il cingolo.

Molte recano pure una bianca facciola o collare di tela, per evidenziare l’obbedienza a Santa Madre Chiesa e alla regola statutaria, ma nel caso il confratello sia un sacerdote egli è esentato da tale collare poiché già reca il colletto romano. La cosiddetta “impronta”, infine, è il distintivo della Confraternita.

Può essere un’immagine di tela o di cartoncino, ornata di gallone dorato o altro, raffigurante il Patrono di cui il sodalizio reca il titolo: si appone sulla sinistra dell’abito, allaltezza del cuore, a testimonianza della filiale devozione.

Nel caso venga invece appesa al collo con catena, nastro, cordoncino, ecc. può essere anche in metallo (medaglia, cesello, ecc.).

Altri elementi decorativi provengono direttamente dall’abbigliamento dei religiosi, come lo stolone (lunga stola cadente fino ai piedi), lo scapolare (ricadente sul dorso e sul petto), la corona del rosario, la cintura di cuoio degli Agostiniani anziché il cingolo di corda, infine lo stesso signum o sigillo che connotava la Confraternita e che prendeva spunto da quello portato sulla veste da un Ordine religioso.

L’abito confraternale deve ricoprire l’intera persona; ha dignità liturgica (si indossa durante le funzioni religiose) ma anche extraliturgica, poiché si porta nelle processioni e nei pubblici raduni.

La veste confraternale manifesta a colpo d’occhio l’appartenenza ad una Confraternita, per tale motivo deve essere indossata sempre con fierezza ma anche dignità, compostezza e sobrietà di comportamento, così come deve essere dignitoso l’abbigliamento ordinario portato sotto la veste, il tutto ricordando che essa è destinata ai momenti di culto pubblico ed all’esercizio devoto della carità.

L’abito non è un bel capo d’abbigliamento colorato e adornato con cui mostrarsi in pubblico ma anzi ricorda ai sodali che con l’iscrizione si sono rivestiti di Cristo (una nuova veste battesimale), con l’impegno di uniformare la propria vita alla fede, diventando così un “uomo nuovo”, come del resto recitano i rituali tradizionali per la vestizione.

Una veste - quella confraternale - che comunque è il manifesto di un vero programma spirituale ed un progetto di vita.

Peraltro, il confratello fa una speciale promessa e uno speciale impegno che lo distinguono dal comune fedele.

Al confratello si chiede di più perché egli stesso si è liberamente offerto di dare di più.

Ricordiamoci che l’abito confraternale non cessa la sua funzione allorché ce lo togliamo, perché in realtà una volta ricevuto esso aderisce invisibilmente al nostro corpo come una seconda pelle, esortandoci ad essere buoni cristiani con la parola – ma soprattutto con l’esempio - in ogni singolo minuto della nostra giornata non solo nelle processioni o col santo in spalla.

Il nostro impegno primario, come confrati, è testimoniare la fede, sempre e dovunque, anche quando vestiamo la tuta dell’operaio o la divisa del militare o lo smoking da sera.

Secondo una tradizione non documentata, San Francesco avrebbe così sollecitato i suoi frati “predicate sempre il Vangelo e, se fosse necessario, anchecon le parole!”.

Ma in tempi più recenti il beato e prossimo santo Paolo VI così affermava nel 1974: «L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni».

La veste in forma di camice ricorda altresì la tunica indossata da Cristo nella sua Passione, quindi lo spirito di mortificazione, di riparazione ed espiazione pubblica per i peccati del mondo esplicato dalle primitive forme di associazionismo confraternale, le quali manifestavano pubblicamente la loro devozione penitenziale.

L’eventuale mozzetta aggiunta sulle spalle sottolinea la particolare sottomissione al peso della Croce mentre il mantello o cappa delle consorelle – simile a quello dei frati – si ispira a quello portato dalle prime donne che affiancarono i penitenti nel Medioevo.

A quel tempo i primi confratelli si vestirono con rozze tuniche di lino o di juta, tra le stoffe più comuni e povere dell’epoca, ma più spesso di un vero e proprio sacco forato calato sulla testa e legato ai fianchi.

Per questo l’abito viene chiamato ancor oggi – oltre che saio – anche “sacco”. Peraltro il tessuto ruvido e povero doveva evidenziare al massimo l’aspirazione alla penitenza e alla mortificazione, anche in ricordo di quanto già si faceva al riguardo presso gli Ebrei: nel Salmo 68 si legge infatti “Ho indossato come vestito un sacco e sono diventato oggetto di scherno”.

Va poi ricordato che l’uso di uniformi per i laici si afferma con l’uso - nei pellegrinaggi - di abbigliamenti che potessero connotare già a prima vista il pellegrino, a loro volta ispirati a principi di umiltà ma anche di praticità. Consentite appena un cenno sulla tradizione più tipica delle Confraternite, ossia la processione.

Questa, in linea generale, doveva rappresentare il cammino simbolico verso la Gerusalemme celeste, compiuto da coloro che per vari motivi non potevano recarsi in pellegrinaggio alla Gerusalemme di Terra Santa.

Ricordiamo poi che in molti rituali di vestizione si dice ancora in latino o nella sua traduzione – mutuando i rituali per la imposizione degli ordini minori presbiteriali – “Induat te Deus novum hominem, qui secundum Deus creatus est, in justitia et sanctitate veritatis” ossia “rivéstiti dell’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità della verità!”.

Invocazione solenne, “pesante”.

La veste confraternale è quindi un abito di valore battesimale, che segna la nostra volontà di “rinascere” a Cristo in età adulta e consenziente, pertanto sarebbe pure buona abitudine farsi il segno della croce per rispetto prima di indossarlo.

E i colori e le fogge dell’abito precisano ancor più la missione a cui vogliamo specificamente dedicarci, nella diversità dei carismi descritta da San Paolo (1 Corinzi, XII-passim).

Tra l’altro: quando un abito è vecchio, lacero, non più utilizzabile, non può essere gettato nella spazzatura. Essendo stato benedetto a suo tempo, deve essere comunque conservato con cura dal detentore, infatti l’abito confraternale deve o dovrebbe rivestire anche il corpo del defunto, poiché diventa l’abito nuziale, festivo, con cui presentarsi al banchetto del Re celeste (Matteo XXII, 1-14) e pertanto anche la veste ormai consunta deve trovare un pur piccolo posto accanto a noi nell’ultimo viaggio.

Torniamo a noi.

Poiché il servizio devozionale o caritatevole doveva essere prestato con la massima umiltà, i confratelli indossavano – quale che fosse - tutti lo stesso abito, il quale andava a coprire le vesti ordinarie che altrimenti avrebbero evidenziato le differenze di ceto o di censo.

Spesso anche le calzature dovevano essere uguali, per il medesimo motivo, ecco perché spesso – sempre per umiltà – esse dovevano essere celate da ghette oppure si optava per dei modesti sandali, senza contare i casi estremi di coloro che andavano direttamente scalzi.

Anche le mani che porgevano la carità dovevano essere nascoste per indicare che essa non va mai ostentata, quindi si indossavano guanti, in genere bianchi per sottolineare la purezza del dono.

La mano poteva recare un sacchetto di denaro o un boccone di pane, quindi si usavano maniche ampie per meglio celarne il contenuto, ecco perché ancor oggi si usa dire “essere di manica larga” per indicare la generosità.

Ma nascondendo le mani, si ottemperava pure al comando evangelico per cui la mano destra non deve sapere ciò che fa la sinistra.

L’abito confraternale esteriore, inoltre, doveva essere specchio dell’abito interiore, morale, dei Confratelli.

La parte superiore dell’abito o mantello che copre il capo ma lascia scoperto il viso si chiama cappuccio, mentre quello che copre interamente il capo e reca solo due fori per gli occhi si chiama propriamente “buffa” (dal latino “buccula”, ossia una sorta di visiera dell’elmo che copriva tutto il viso).

La buffa doveva anch’essa nascondere l’identità del confratello, quando esercitava la carità oppure compiva azioni penitenziali oppure quando accompagnava i defunti alla sepoltura oppure ancora quando poteva servire come rozzo filtro in caso di assistenza a malati infettivi. In ogni caso era soprattutto segno di umiltà e di modestia, ma anche di gloria e lode al Signore, poiché il Vangelo ci ricorda che solo chi si umilia verrà esaltato.

La buffa è a punta poiché presso le antiche civiltà la punta – a mo’ di antenna – si pensava potesse servire a concentrare meglio, sulla mente, gli influssi superiori.

Difatti i re e i sapienti orientali indossavano spesso un copricapo a punta, dal quale poi derivò anche quello dei maghi delle fiabe.

Nell’Italia del sud molte Confraternite indossano un copricapo con tese più o meno larghe - dovuto alle tradizioni contadine di chi lavorava sotto il sole - anche se il cappuccio resta comunque un accessorio “storico” della veste.

Ma se gli uomini portano il cappuccio come i frati, le donne indossano spesso sul capo un velo alla maniera delle suore, magari in forma di mantello e comunque di foggia assai diversa da luogo a luogo.

Quanto al cingolo, simbolo anch’esso di umiltà e penitenza, col suo fiocco pendente ricorda che un tempo si portava al fianco una frusta per flagellarsi. Poiché col suo peso tiene in tensione il cordone, il fiocco passò poi a indicare la tensione spirituale che sempre deve contraddistinguere il confratello. Il cingolo reca anche dei nodi, che hanno i significati più diversi. In genere erano sette, per ricordare le sette effusioni di sangue nella vita di Nostro Signore, oppure cinque per onorare le cinque piaghe di Cristo sulla croce, ma potevano essere di numero diverso a seconda della devozione. Più in generale, il cingolo può anche ricordare le funi che legarono Nostro Signore nei vari momenti della Passione. In altre tradizioni il cordone (pendente sulla destra) ha il valore di “spada della fede”, arma evangelica ed incruenta di pura difesa spirituale che ben si differenzia dall’arma da offesa che invece si portava sul lato sinistro. In molte Confraternite, specialmente romane, permane ancora l’uso di ricevere l’eucaristia alzando la parte pendente del cingolo e porla sulla spalla destra oppure attorno al collo.

Ciò per motivi di umiltà e mortificazione, in ricordo degli antichi penitenti che spesso usavano portare al collo un cappio di corda.

Per motivi contingenti prettamente locali, invece, molte Confraternite hanno dovuto o voluto rinunciare ad indossare una veste liturgica e quindi si limitano a recare - quale segno distintivo da portare sugli abiti ordinari - un medaglione o una tracolla o un semplice corpetto.

Ma – tornando in argomento - dove la ricchezza simbolica della veste confraternale si manifesta in tutto il suo universo comunicativo è senz’altro nella varietà dei colori, sempre però tenendo presente che le tradizioni locali possono esplicarsi in una grande varietà di versioni.

L’abate romano Carlo Bartolomeo Piazza – erudito seicentesco – affermava che i colori erano misteriosi, ossia che rispecchiavano simbolicamente concetti superiori.

Anche avvalendoci della sua catalogazione, ecco un sommario panorama dei principali colori la cui valenza, come detto, deve intendersi con valore paraliturgico. Il NERO è il colore simbolico dell’oscurità della terra, dalla quale proveniamo ed alla quale torneremo.

Per questo è stato adottato dalle Confraternite della Buona Morte, intesa questa sia come preparazione spirituale e sia per indicare la missione di svolgere i riti funerari. In un senso molto largo il nero è stato quindi assunto come indicatore del lutto, del dolore, ma non è questo il suo significato originario o comunque principale, tanto che in altri casi è stato scelto per indicare lo spirito di sacrificio verso il prossimo.

Quanto alle Misericordie, diffuse soprattutto nel Centro Italia, il colore nero si ispira al mantello del loro fondatore, il frate domenicano san Pietro martire, mentre le Confraternite della Buona Morte non hanno avuto origine da Ordini religiosi.

Per i suddetti motivi, mantellina nera e/o cappa nera erano anche la veste normalmente scelta dalle più antiche Confraternite titolate al Crocifisso.

Il BIANCO inizialmente era il colore dei sodalizi di Flagellantima parrebbe che poi si sia diffuso ampiamente solo a partire dal 1400peròcon molte varietà di significato. In genere indicava la purezza di fede e di costumi che – in onore del Santo patrono confraternale - si intendeva mantenere o celebrare.

Più in generale il bianco, colore dell’ostia consacrata, era spesso assunto dalle Confraternite dedicate al SS. Sacramento. Il GRIGIO o cinerino ricorda la tela grezza, di simile colore, dell’umile saio dei primi Frati dell’Ordine Francescano, i quali solo più tardi assunsero il color marrone.

Non dimentichiamo infatti che il primo poderoso impulso al sorgere di Confraternite fu dato dai grandi Ordini mendicanti come appunto i Francescani e poi i Domenicani.

Più in generale il cinerino indica umiltà, mortificazione e desiderio di penitenza. Il ROSSO è il colore caratteristico della Confraternita romana della Trinità dei Pellegrini, fondata da San Filippo Neri, e il cui modello si diffuse poi in tutta Italia e non solo. Il rosso indica l’effusione dello Spirito Santo, la divina regalità ed il fuoco della carità che deve infiammare il cuore di chi é iscritto a questa associazione nell’esercitarne lo scopo: la glorificazione della Trinità attraverso l’azione di liberazione del prossimo dalle emarginazioni e dalle schiavitù, in particolare dedicandosi all’assistenza di tipo ospedaliero.

Tuttavia il rosso – simbolo assoluto della divinità - era anche il colore usato dai devoti del Sacro Cuore o del Preziosissimo Sangue o da quelli che zelavano il culto di un martire.

La variante del PAONAZZO (viola scuro) era segno di modestia e sobrietà, mentre il semplice VIOLA si vuole ispirato alla veste o mantello di san Giuseppe ed era comunque scelto più che altro dai sodalizi penitenziali.

Il MARRONE ed il GIALLO PALLIDO richiamano le vesti dei religiosi dell’Ordine Carmelitano (i cui primi eremiti, e non solo essi, adottavano vesti di tinte simili, tessute con peli d’animale).

Il marrone designa in genere una Confraternita dedicata alla Madonna del Carmine; ma questo colore (indipendentemente dall’Ordine religioso di aggregazione) potrebbe anche semplicemente indicare Confraternite nate dal movimento penitenziale medievale, i cui primi membri vestivano rudi tuniche di tela di sacco. Peraltro, ecco perché il saio confraternale in molte parti d’Italia è detto anche “sacco”.

L’AZZURRO o meglio il TURCHINO (variante che sfuma di più verso il blu) è il colore mariano per eccellenza: é il colore del cielo profondo ove dimora Dio, prefigura la gloria eterna in cui é già stata assunta la Beata Vergine, ma è anche il riferimento al mantello con cui la stessa Maria è tradizionalmente raffigurata. Esso fu assegnato in primis alle Confraternite del Rosario dai Padri Domenicani, i quali ne incoraggiarono la costituzione un po’ ovunque, tanto che la fondazione di queste Confraternite, assieme a quelle consimili del Santissimo Sacramento, era auspicata in ogni Parrocchia.

Solo in seguito passò alle Confraternite mariane in genere.

Il VERDE è innanzitutto il colore dell’Arciconfraternita di San Rocco e, di conseguenza, delle sue aggregate in tutto il mondo.

Esso riprende il colore delle vesti con cui questo santo pellegrino viene effigiato nell’iconografia tradizionale e invita alla speranza durante il pellegrinaggio terreno, prefigurazione di quello verso l’Eternità: il verde simboleggia la stagione della rifioritura, del ritorno della vita, e quindi la natura umana.

Le Confraternite più antiche avevano un saio di unico colore ma con la nascita di sempre nuovi sodalizi si avvertì la necessità di “ritagliarsi” una propria identità, tale da non confondersi con altri.

Ecco quindi nascere – quale complemento alla rigorosa uniformità del saio – l’aggiunta di una cappa o di una mozzetta o d’un mantello, o addirittura di tracolle, di nastri, ecc. per non parlare di tutto un fiorire di medaglioni, piastre, croci e così via.

Ciò comportò pure l’abbinamento di più colori, anche stridenti tra loro. Certamente con un qualche fondamento simbolico, ma laddove la simbologia non soccorreva si faceva riferimento all’iconografia tipica del Patrono.

Ricorda comunque l’abate Piazza che celeste e rosso insieme segnalavano umiltà e zelo per la fede mentre bianco e rosso insieme indicavano amor divino e carità verso il prossimo.

Tali colori, bianco e rosso, erano peraltro tipici delle Confraternite forse le più diffuse ossia quelle dedicate al Ss. Sacramento.

La loro grande presenza era dovuta soprattutto al grande impulso che ad esse dettero i frati domenicani ma anche al fatto che furono le uniche a non essere sciolte in conseguenza del decreto del 26 maggio 1807 adottato nel cosiddetto Regno d’Italia, soggetto all’autorità napoleonica, ossia quasi tutta l’Italia settentrionale.

Ma è stato altresì inevitabile che la combinazione di più colori in epoche moderne non sempre abbia risposto ad esigenze allegoriche quanto, invece, ad un indispensabile cromatismo identitario, soprattutto per evitare che sodalizi esistenti nella medesima località, sia pure di titolo diverso ma con abito simile potessero ingenerare confusione nel prossimo.

Ecco quindi che l’abito o l’insegna del sodalizio divenivano pure una sorta di logo istituzionale mediante il quale era facile contraddistinguere le varie compagnie allorché si dedicavano alle opere di carità più diverse.

Purtroppo le esigenze di identità devozionale avevano a volte anche un risvolto negativo, poiché a causa dell’eccessivo zelo nella ricerca di segni diversificanti succedeva che gli ornamenti accessori arrivassero a livelli di preziosità e di foggia estetica tanto elevati da contrastare con i mai dimenticati intenti fondanti basati sulla semplicità ed umiltà.

Come si è visto o magari anche solo intuire, abiti e insegne delle Confraternite presentano una ricchezza ed una varietà che solo in parte possono essere qui riassunte, poiché molto dipende dalle culture prettamente locali, certamente di tipo religioso devozionale ma anche più squisitamente etnico.

Senza contare che spesso taluni ornamenti dovevano servire a connotare i dignitari della Confraternita: bordature, orli, galloni, tracolle, ma anche bastoni processionali (mutuati dal pastorale del vescovo o anche solo dal rude bastone del pellegrino).

Quindi la fantasia ha lavorato parecchio.

Infine, una curiosità: l’uso di un camice da parte del personale sanitario degli ospedali deriverebbe proprio dal saio delle antiche Confraternite, le quali prestavano la loro assistenza indossando la veste tipica del sodalizio di appartenenza.

La prevalenza del colore bianco contribuì poi al consolidamento dell’usanza ed alla sua trasmissione a tutto il personale sanitario, anche perché i motivi igienici facevano certo prediligere il bianco a fronti di altri colori.

Infatti ricordiamo che moltissimi ospedali furono – nei secoli – istituiti e governati dalle Confraternite: su questa particolare missione, di cui oggi poco o nulla si conosce presso il grande pubblico, veramente ci sarebbe molto da soffermarsi, così come sullo stesso argomento che fin qui abbiamo trattato.

 

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29.05.2019 - Articolo di Don Giuseppe Grampa - Editoriale sulle inopportune critiche a Papa Francesco.

26.05.2019 - Omelia Mons. Volontè - Domenica VI di Pasqua.

03.11.2018 - Omelia V.E. Mons. Grampa - Messa di apertura del giubileo del 400esimo anno di esistenza della Confraternita di San Carlo Borromeo.

 

 

 

24 ORE DEL SIGNORE A SAN CARLO


È
con grande gioia spirituale, frutto dello Spirito Santo, che facciamo memoria dell’evento liturgico “24 Ore del Signore”, giunto alla quinta edizione, che la diocesi di Lugano ha deciso fosse quest’anno celebrato presso la nostra chiesa.
La cerimonia è stata proposta nel 2014 dal “Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione” (
http://www.pcpne.va) e promossa dal Santo Padre, che vi partecipa personalmente ogni anno. Essa ha luogo tra le 17.00 del venerdì e la stessa ora del sabato precedenti la Quarta Domenica di Quaresima, e coinvolge una parrocchia per ogni diocesi. Lo scopo è quello di fare esperienza della misericordia di Dio, mediante la Confessione, nell’ambito dell’Adorazione Eucaristica continua (di cui mezz’ora è sufficiente a lucrare l’indulgenza plenaria).

 

Il programma stabilito dal Vicariato in collaborazione con la Confraternita, prevedeva un articolato susseguirsi di preghiere collettive e meditazioni guidate; avviato dal Vicario Generale, Mons. Nicola Zanini, il quale ha sottolineato come la nostra piccola comunità rappresentasse quella sera un tassello di un virtuoso mosaico mondiale, la cui voce incomprimibile risuonava forte e gradita nella Gerusalemme celeste.

Ma è stato nella parte più profonda della notte, da mezzanotte alle sei del mattino ̶ durante la quale ci si può immergere nell’orazione personale, senza alcuna distrazione e mentre il resto della città dorme ̶ che l’esperienza è cresciuta vieppiù di intensità. Quando…cor ad cor loquitor, secondo il motto cardinalizio di John Newman: si instaura cioè quel colloquio intimo e privato con il Signore dal quale San Carlo alimentava la sua forza interiore, e persino fisica.
Nel corso delle ore trascorse in silenziosa compagnia di un gruppo di generosi e volenterosi fedeli/confratelli,
spesso una ventina e mai meno di una dozzina, e di buoni confessori che si davano il cambio ogni due ore, la notte è così trascorsa intensa e veloce.
Il senso di quell’esperienza notturna l’ho trovato nelle parole di Ges
ù stesso, come le riferisce il Vangelo di Giovanni: la domanda che Egli rivolge ai discepoli del Battista che lo seguivano: Cosa cercate? (Gv 1,38) poteva infatti essere diretta a tutti noi presenti; e così pure il successivo invito ad entrare: venite e vedrete (Gv 1,39); senza rimanere al difuori… perché non vi sorprendano le tenebre (Gv 12,36); mentre è sull’altare che …vedrete il cielo aperto (Gv 1,51), da cui promana …la luce vera: quella che illumina ogni uomo (Gv 1,9).

UMAN